mercoledì 23 novembre 2011

22/11/2011


La terapia intensiva è forse ancora più impattante della sala operatoria. I bambini infatti sono pieni di cavi e ti guardano muti con i loro occhi imploranti. Antibiotico, flebo, urine, pressione, drenaggio: questo reparto sembra letteralmente appeso ad un filo. Il lavoro dei chirurghi è fondamentale e affascinante (entrare nel corpo di una persona e modificarne alcuni dettagli!), ma la cura post operatoria è forse ancora più delicata perché parte da un situazione molto precaria ed instabile, a volte imprevedibile. Alla fine anche la medicina è una scienza, e non esatta…

Ad oggi sono cinque i bambini operati e sono ancora tutti in terapia intensiva. I medici sostengono che sicuramente questi piccoli hanno una marcia in più, forse un alito di sopravvivenza impercettibile che li rende più tranquilli e disposti a sopportare l’assenza della mamma per parecchi giorni.

È interessante scoprire perché i medici decidono di partire per una missione. Certo li spinge uno spirito umanitario, forse intrinseco nel loro stesso mestiere; ma li sprona anche un desiderio di mettersi in gioco. Operare in un posto nuovo, senza le proprie certezze destabilizza la sicurezza dei dottori ma giova tantissimo alla loro capacità di adattamento alle situazioni più diverse. Ma la cosa più sorprendente è senza dubbio il clima che si instaura tra i vari componenti dell’equipe: una collaborazione e una sintonia che molte volte dimentichiamo nei nostri ospedali (e non solo, direi forse in ogni posto di lavoro…). E in questo Stefano Marianeschi è davvero bravo, con la sua capacità di creare un gruppo di lavoro variegato e stimolante per tutti i vari ruoli.



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